Editoriale

Nunzia Palmieri

Nell'abitare l’uomo si dispone all'interno di un luogo – sia esso fisico o simbolico – di cui traccia i confini in rapporto al mondo esterno. In epoca postmoderna, la riflessione ontologica sull’abitare ha coinvolto discipline diverse, sollecitando la fantasia degli artisti a muoversi in direzioni nuove e impensate. I mutamenti sociali e le trasformazioni radicali subite dai tradizionali nuclei d’insediamento urbano nella stretta contemporaneità hanno posto in primo piano nuove aperture di sguardo sul mondo, che obbligano a misurarsi in prospettiva interdisciplinare con strumenti d’analisi messi a punto dalla filosofia, dalla fisica, dalla sociologia, dall’antropologia culturale, dalla teoria della letteratura e del cinema. L’idea dell’abitare assume accezioni mutevoli a seconda che la si metta in relazione con la residenza dei singoli, con le solitudini urbane, con le nuove modalità di vita associata, con il paesaggio, con il tempo, con il corpo, con la nozione di identità. I nuovi nuclei urbani, labirintici e diffusi, che costituiscono la dimensione architettonica della società contemporanea, presentano delle caratteristiche che sembrano eludere ogni possibile definizione. Il nodo metaforico legato alla dimensione dell'abitare mostra oggi una complessità nuova, chiamando le più diverse discipline a un confronto con rinnovati paradigmi teorici: così la geografia rielabora la tradizionale nozione di «place identity» per aggiornarla ai nuovi topoi della contemporaneità; la ricerca urbanistica guarda alle cartografie satellitari, che traducono lo spazio abitativo in coordinate numeriche; la teoria della letteratura tenta una ridefinizione degli “spazi bianchi”, aree territoriali non rilevate dalle mappe, in cui il dato si fa muto; l’antropologia guarda ai non-luoghi, alle zone di scambio e di passaggio nelle quali si ridefiniscono i modelli di convivenza sociale; la geocritica, nata dal lavoro interdisciplinare di letterati, urbanisti, geografi e sociologi, si interroga sulle sovrapposizioni e sulle interrelazioni tra luoghi virtuali e spazi reali. La crisi della convergenza tra esperienza dell’abitare e identità si mostra palese, d’altra parte, in tutti quegli studi (Cultural studies, Post-colonial studies, Memory studies) che hanno interpretato la nozione di identità come fantasma esposto a continue mutazioni, come oggetto di una negoziazione culturale che riguarda i caratteri del singolo e i confini del suo mondo, in un’epoca in cui i modelli urbanistici impongono schemi abitativi destinati ad azzerare qualsiasi forma di identità spaziale. A tali mutamenti delle prospettive ermeneutiche corrispondono rinnovate narrazioni dell’abitare, che si incaricano tanto di rappresentare le nuove configurazioni dell’esistente, quanto di anticiparne i destini. I contributi al numero 11 di Elephant & Castle affrontano alcune questioni cruciali legate alla sfera metaforica dell'abitare a partire da diverse prospettive di interpretazione dei testi contemporanei. L’indagine di Andrea Pitozzi si concentra sul rapporto fra parola e immagine in The Body Artist di Don DeLillo, cogliendo il tentativo di forzare i limiti della rappresentazione letteraria con l’esplorazione della possibilità affidata alle immagini di modificare le categorie spazio-temporali entro le quali la scrittura abitualmente si muove. Si tratta di un’operazione che coinvolge la cultura visuale, e in particolare la video-arte di Bill Viola, a cui De Lillo si ispira nelle minuziose descrizioni del corpo in funzione straniante. Il corpo con le sue trasformazioni è al centro delle pagine che Giuseppe Previtali dedica alle figure di adolescenti nel cinema di Gus Van Sant, giovani umani alle prese con una ricerca incompiuta di identità che presuppone il confronto diretto con gli spazi (la scuola, la città, il deserto) e con le strategie di permanenza nel mondo. L’esplorazione delle “zone bianche”, aree corrispondenti a coordinate che non vengono riconosciute dai normali strumenti di geolocalizzazione, è uno dei temi privilegiati dallo scrittore francese Philippe Vasset, che ha fondato l’Atelier de Géographie Parallèle: i suoi romanzi Un livre blanc. Récit avec cartes (2007) e La conjuration (2013), sono al centro della ricerca di Giacomo Raccis, che ne indaga le scelte di fondo per inserirle in una genealogia teorico-letteraria d’interrogazione degli spazi d’insediamento urbano. In un analogo contesto culturale si muove la ricerca dedicata da Martina Daraio alle nuove voci poetiche che maturano in un rapporto complesso con il territorio: muovendo dalla teoria Thirdspace elaborata da Edward Soja sulla scorta del concetto di “spazio vissuto” messo a punto da Lefebvre e della nozione foucaultiana di “eterotopia”, Daraio fa reagire le riflessioni del sociologo neo-marxista con la discussione sull’idea di Residenza sviluppatasi in ambito marchigiano, mettendo a fuoco le specificità di un caso circoscritto per poter «illuminare il senso del rapporto dell'uomo col mondo». Un modello abitativo eterotopico, immaginato in polemica con la definizione heideggeriana dell’abitare, prende forma nelle pagine del romanzo di Thomas Bernhard Correzione, a cui Serena De Blasio dedica un meticoloso lavoro di analisi testuale che mette in luce la tessitura fenomenologica sottesa alle pagine dello scrittore austriaco. Risalendo alle origini delle nuove prospettive di analisi dello spazio urbano, Andrea Chiurato legge Nathaniel Hawthorne (Wakefield, 1835) e Edgar Allan Poe (The Man of the Crowd, 1840) mettendo in evidenza lo specifico valore assunto dalla Londra di primo Ottocento nell’immaginario europeo e statunitense, attraverso l’individuazione degli strumenti retorici e degli orientamenti ideologici che permettono una rielaborazione dell’idea di città. In un intervento di taglio socio-antropologico, Emanuela Burini fa il punto sul fenomeno delle gated communities, modelli abitativi fra i più problematici e discussi della contemporaneità, nati dalla paura e dal bisogno di protezione: a partire da un’analisi delle motivazioni che hanno spinto milioni di cittadini americani a una scelta di auto segregazione residenziale, Burini chiama in causa le teorie della Scuola Ecologica di Chicago per interrogarsi sui pericoli e sulle conseguenze di un rapporto con lo spazio sociale basato esclusivamente sul bisogno di sicurezza e di controllo del territorio. Infine, Mara di Fabio propone una lettura dei testi in cui Jean Luc Nancy elabora, in direzioni diverse rispetto alla prospettiva di Marc Augé, il concetto di non-luogo, individuando nel transito e nel passaggio le nuove metafore dell’abitare nel contesto delle metropoli postmoderne.