Editoriale

Nicola Agliardi

L'immaginario della prigione ha, di fatto, attraversato tutte le epoche e continua a configurarsi, nel panorama degli studi umanistici, come un oggetto d’indagine privilegiato. La rappresentazione del carcere quale eterotopia, per dirla con Foucault, costituisce il fil rouge che collega tutti gli articoli di questo numero dal quale emergono almeno quattro percorsi di studio e di analisi del tema carcerario e dal quale traspare un approccio multidisciplinare che si avvale di vari contributi, dalla letteratura alla storia, dalla filosofia ai visual studies.

Il percorso letterario offre una riflessione sulle diverse connotazioni dell'immaginario carcerario nei tre generi della poesia, della prosa e del teatro, in un arco temporale che si colloca tra la seconda metà dell'Ottocento e l'attualità. Tra la fine dell’Ottocento e l'inizio del Novecento, il Simbolismo tende a raffigurare la prigione come il tropo di un mondo illusorio e Linda Torresin analizza, a tale riguardo, le novità che la poetica e l'estetica di Brjusov apportano al topos carcerario che viene riproposto dal poeta russo, sulla falsariga delle concezioni filosofiche di Schopenhauer, come metafora di una condizione umana e soggettiva fatta di dolore, incertezza e fragilità. A differenza della sensibilità e della claustrofilia romantica che esalta il carcere quale rifugio felice e quale luogo di ispirazione e di creazione letteraria, la prigione si presenta sempre più nel Novecento come lo spazio crudele e atroce in cui il detenuto, spesso ingiustamente condannato, viene definitivamente annientato e non trova più nessuna possibilità di salvezza o di catarsi, nemmeno nella scrittura, come dimostra Michela Gardini, anche attraverso molteplici riferimenti agli studi giuridici e alle scienze sociali, nel suo articolo dedicato alla rappresentazione dell’errore giudiziario nella narrativa francese da Jules Mary a Pierre Boulle. L'immagine del carcere quale istituzione alienante e fagocitante torna anche nella prosa dello scrittore inglese contemporaneo Chris Cleave il quale, come evidenzia Marica Locatelli, sceglie un punto di vista femminile per narrare il trauma della reclusione del soggetto postmoderno, in questo caso l'immigrato. Il centro detentivo della Londra post-coloniale, quale costruzione che sembra sottolineare la triplice “colpa” della protagonista di essere donna, di non essere europea e di provenire dal basso del corpo sociale, assurge a simbolo del razzismo europeo. Il parallelismo tra il centro detentivo e il paesaggio londinese apre una riflessione sul rapporto e sull'intreccio tra l'immaginario carcerario e l'immaginario della città, tema che viene analizzato in particolar modo da Andrea Pitozzi nel suo articolo dedicato alla Trilogia dello scrittore americano contemporaneo Paul Auster, dove la vicenda si svolge in uno spazio urbano costruito su un’intricata rete di riferimenti geografici i quali richiamano alla memoria la struttura labirintica e i meccanismi di chiusura delle prigioni. Se, nel caso di Auster, la riflessione metanarrativa enfatizza il tema della reclusione, dal momento che la scrittura dell'autore tende a incarcerare le frasi e le parole, incatenando le parti del discorso entro rigidi schemi, l'analisi proposta da Emanuela Cacchioli sulle riscritture del mito di Antigone nel contesto extraeuropeo, più specificatamente nelle letterature anglofone e francofone, sottolinea invece la funzione liberatrice e salvifica della metateatralità. La recita della tragedia greca da parte dei detenuti, con tutta la gestualità che la pratica metateatrale comporta, rappresenta una forma di resistenza ed evasione dalle mura della cella poiché permette ai carcerati di attribuire un significato alla propria esistenza e di tornare ad impegnarsi, sebbene per poco, in quelle attività del mondo esterno che la prigione solitamente preclude. Nelle opere in prosa, analizzate da Nicola Ribatti, Sebald sembra suggerire una spiegazione di carattere filosofico sull'aberrante natura del carcere moderno quale istituzione che emargina e annienta. Lo scrittore tedesco concepisce la prigione come il risultato o, più propriamente, come l'essenza stessa della moderna razionalità cartesiana e del suo metodo “disumano” finalizzato al controllo e alla classificazione. La concezione romantica della claustrofilia e della prigionia quale tappa formativa ed esperienza indispensabile per il processo di maturazione dell'individuo sembra tornare, invece, nei racconti autobiografici del dissidente russo Limonov la cui reclusione, analizzata da Sara Tongiani, si configura più come un contributo che l'autore stesso apporta alla causa antigovernativa, al punto che l'esperienza della detenzione viene descritta, come accadeva nelle memorie carcerarie dell'Ottocento, in toni auto-encomiastici, come se si trattasse di un sacrificio eroico assolto dal militante-scrittore per il bene dei compagni e il trionfo dei principi in cui fermamente crede. Alla rappresentazione del tema carcerario in funzione antigovernativa contribuisce anche l'articolo di Guglielmo Gabbiadini il quale si occupa in particolar modo del dramma Die Bastille dello scrittore Ludwig Ysenburg von Buri, autore oggi poco noto ma all’epoca personalità di spicco in territorio renano per la diffusione di notizie e orientamenti interpretativi riguardanti la caduta della cittadella borbonica.

L'immaginario della reclusione ai tempi della Rivoluzione Francese viene indagato, in una prospettiva più propriamente storica, anche da Nicola Agliardi il cui contributo propone un nuovo percorso di lettura degli avvenimenti attraverso il confronto tra due posizioni antitetiche. Le due tesi, pur nella loro inconciliabilità, evidenziano come i miti fondatori della Rivoluzione Francese siano indissolubilmente legati a più carceri e come la modernità nasca dalla caduta di una prigione di Stato quale la Bastiglia, la cui immagine, come sostiene Starobinski, è profondamente iscritta nella coscienza collettiva di tutti. Maria Grazia Meriggi si occupa invece, partendo da alcune riflessioni sull' immense Hugo, del tema carcerario ai tempi della monarchia orléanista, sottolineando, attraverso molteplici richiami alla storia sociale, le modalità e gli stereotipi attraverso i quali le classi dominanti propagandavano l'identificazione tra gli operai, considerati come una classe pericolosa in quanto destabilizzante per il potere appena conquistato dalla rampante borghesia dei notabili, e la popolazione carceraria.

Dal campo storico a quello estetico-filosofico, l'articolo di Alessandro Rossi offre una riflessione sul rapporto tra la scrittura e l'immagine in relazione al tema carcerario, in quanto egli analizza la prigione quale spazio dell'attesa e della fuga in tre casi-studio dove l'immaginario dell'evasione, espresso da testi religiosi, classici e letterari, si confronta con un ricco e variegato apparato iconografico il quale, talora in modo più immediato rispetto ai testi, raffigura la cella come luogo del sogno e dell'evasione. L'intreccio tra l'universo carcerario e quello estetico viene indagato anche da Andrea Di Nardo nel suo contributo dedicato all'intervento di Robert de la Sizeranne del 1899 in cui l'autore evidenzia come l'opera d'arte conservata nei musei perda la sua “aurea”, utilizzando un'espressione cara a Benjamin, venga privata del suo valore ambientale e allontanata dal contesto della vita quotidiana proprio come accade al soggetto detenuto. Se nel contributo di Di Nardo è il museo che funge da carceriere, nell'articolo di Andrea Merli e di Federico Busonero è il muro che attraversa la Cisgiordania che si configura come "una prigione a cielo aperto", secondo la definizione degli autori, e il security fence sembra proporre una sovrapposizione, o più propriamente, una crudele identificazione tra la violenza politica del muro, l'immaginario della prigione e quello del frammento.

Anche Sara Ferrari approfondisce il tema del conflitto arabo-israeliano partendo, però, dall’analisi della pellicola Meahorey Ha-Soragim del regista Uri Barbash, un film interamente ambientato in un carcere di massima sicurezza dal quale emergono sia la contrapposizione tra arabi ed ebrei sia la natura conflittuale della società israeliana paralizzata dalle ostilità tra le due principali etnie ebraiche. Il diverso trattamento del tema carcerario nel cinema orientale rispetto a quello europeo ed occidentale è alla base anche del contributo di Giuseppe Previtali dedicato all'analisi di due pellicole del regista sud-coreano Kim Ki-duk, il quale rifiuta le tipiche modalità attraverso le quali il cinema occidentale ha rappresentato il carcere quale luogo degli orrori e di una critica feroce verso un sistema giudiziario corrotto per raffigurare, invece, la prigione come “il luogo d’incubazione di una rinascita dal sapore metafisico e di un'elevazione ultrafenomenica degli elementi del vissuto comune”.