Editoriale

Alessandro Rossi

Del titolo proposto per questo decimo numero monografico di Elephant & Castle, Vulnerabilità/Resilienza, la barra che separa e insieme unisce i due sostantivi contrapposti risulta la vera protagonista. Tutti gli interventi presentati hanno infatti colto e sviluppato l’intima comunione dei significati opposti che i due termini esprimono, conferendo loro l’unità di polarità dialettica. Come ogni diade anche in questo caso sembra che ciascuna realtà polare non possa sussistere senza l’altra, che l’una sia in funzione dell’altra, che l’una preceda l’altra per poi seguirla in un circolo accidentato, talvolta virtuoso, talvolta rovinoso. La barra (in inglese slash: colpo, taglio, squarcio, ferita) è la fessura che segue la vulnerabilità e che precede la resilienza. Essa è da intendersi come una sorta di via rupta, di rottura-apertura. È il tratto in cui resiste la forza della libertà e del destino (Cfr.: Nancy 1997: 79; 1998: 133-134).
Questa ferita-apertura-passaggio si connota, come in modo differente hanno approfondito i vari contributi, quale elemento concreto, materiale, quasi sanguinante, impenetrabile dal pensiero, se non sotto forma di éclat, di scheggia. La barra che separa e unisce ogni diade è quindi taglio ma anche scheggia (di entrambi pare, tra l’altro, possederne la morfologia). Essa è ciò che pungola e attraversa ogni polarità, permettendo di vincere la resistenza delle due realtà polari, costringendole a scoprirsi, a denudarsi, a illuminarsi a vicenda. Operazioni queste non prive di difficoltà e sofferenze, ma anche foriere di speranza e di inattese possibilità di rivalsa.
La reciproca intrusione di un polo nell’altro è stata approfondita nel corso del presente numero attraverso casi studio afferenti a diversi ambiti disciplinari: filosofico, letterario, storico-artistico, etologico, sociologico e cinematografico. La complessa relazione fra i due poli si è rilevata indispensabile congegno dialettico su cui si fonda la sfera individuale e sociale di uomini e animali, mostrandosi quale intima e connaturata necessità da parte di ogni vivente di gestire, condurre e trasformare il proprio inesorabile consumarsi.
Il numero entra nel vivo della questione cogliendo, al culmine di un excursus attraverso le vicende di alcuni protagonisti della tradizione classica, ebraica e cristiana, uno degli aspetti più paradossali e complessi della polarità dialettica vulnerabilità/resilienza. Nell’articolo di Claudio Belloni le ferite del logos sono le ferite inferte dal logos a se stesso ed è il medesimo logos (il linguaggio filosofico nella fattispecie) a permettere a se stesso di curarsi dalle ferite auto-infertesi. Tutta la tradizione filosofica occidentale viene così assimilata, attraverso le parole di Theodor Adorno, all’iperbolica e picaresca vicenda del Barone di Münchhausen che salva sé e il suo cavallo dallo sprofondare nella palude afferrandosi per il proprio codino ed estraendosi con la sola forza del braccio. Come a ribadire la mirabolante possibilità per il linguaggio filosofico di trovare in se stesso delle soluzioni che proprio per la loro assurda improbabilità risultano efficaci, riuscendo a dire con lo strumento del concetto ciò che con lo strumento del concetto a rigore non può essere detto.
Ed è proprio l’episodio del codino salvifico del Barone di Münchhausen a introdurre il tema dell’invenzione letteraria, dell’arte e della poesia, di cui i concetti sembrano servirsi per veicolare e rendere viva la loro efficacia teoretica. Su questo terreno di osmotico scambio fra arte e filosofia si muove l’articolo di Alessandro Rossi in cui, attraverso un caleidoscopico sovrapporsi di citazioni e riferimenti, viene dapprima ribadito il carattere ontologico ed esistenziale della diade vulnerabilità/resilienza, per poi traslarlo sul piano politico e sociale, attraverso la figura dell’immune, del santo, del morto apparente, dell’individuo capace di epochè e di tutti coloro in grado di portare la propria ferita aperta, esponendola in silenzio o poeticamente. L’ostinazione, a cui fa riferimento il titolo dell’articolo, viene riabilitata dalla sua tradizionale definizione di stolto accanimento, divenendo destinazione, assunzione cioè consapevole di un destino da parte di chi persiste a voler diventare ciò che è contro e attraverso gli accidenti della vita.
L’esperienza di de-soggettivazione, quale forma di resilienza dinamica, viene ripresa e radicalizzata dall’articolo di Enrico Schirò. L’autore legge il delirio degli ultimi anni di vita di Friedrich Nietzsche come una necessaria disgregazione psichica che mette in gioco l’identità personale del filosofo, portando a compimento il carattere filosofico dell’eterno ritorno, sia come potenza eternamente ritornante nella storia sia come esperienza interiore che si ripropone in quel “essere tutti i nomi della storia”, attraverso cui il filosofo stesso, delirante, diviene transizione e tramonto, passaggio verso l’oltre-uomo.
La dialettica fra una vulnerabilità esistenziale e una sociale si ripropone negli interventi sull’arte e il teatro-danza contemporanei. Cristina Baldacci porta numerosi esempi di performance in cui l’artista ferisce o fa ferire il proprio corpo come atto di resistenza esistenziale, mostrando poi come l’aggressione da parte dell’artista nei confronti dell’architettura, simbolo del corpo istituzionale, divenga azione critica e sovvertitrice anche nei confronti del sistema politico e sociale. Dalila D’Amico si sofferma invece sui performer disabili, mostrando come questi artisti traducano la propria malattia seguendo diverse traiettorie: o trasformando la disabilità in una forma di resilienza, ossia di resistenza a un corpo fragile, o, in altri casi, trasformandola in canale di avvicinamento allo spettatore, giungendo a compiere anche un processo di catarsi collettiva.
Dall’esposizione su un palcoscenico di un corpo “ferito”, che esprime innanzitutto se stesso prima ancora di interpretare un ruolo, si passa a una riflessione, che si propone di attivare l’esperienza delle rovine. Francesco Restuccia, sulla scorta di María Zambrano e Walter Benjamin, legge il concetto di rovina come una metafora che esprimere la paradossale speranza nei confronti di una caducità salvifica, che fonda sull’essenza effimera di architetture e imperi la possibilità stessa di un eterno rinnovamento. Dall’afflato evocativo di quest’ultimo articolo si passa, con il contributo di Santina Giannone, a una sorta di “speranza scientifica” che, sulla base delle più recenti ricerche in campo etologico, si costituisce su un tipo di resilienza non incentrata solamente su fattori genetici ma anche su dinamiche cooperative non condizionate dalla parentela e non finalizzate all’accoppiamento sessuale, potendo così garantire un graduale abbattimento della vulnerabilità genetica del singolo individuo della specie per mezzo di una collaborazione comunitaria.
La cooperazione sociale è alla base anche dell’articolo di Federica Cirami dedicato al femminicidio in Messico. L’autrice, attraverso un’indagine sul campo (il contributo è stato scritto in loco), affronta la complessa realtà delle resilient commuinities di Ciudad Juárez e di Guanajuato, analizzandone i presupposti sociologici e le conseguenze politiche anche attraverso la chiave interpretativa dei gender e postcolonial studies.
La donna rimane al centro anche del contributo di Lorenzo Donghi, che analizza le figure femminili protagoniste della filmografia di Lars von Trier, cogliendo in loro la marca di una resilienza oscura e inquietante in grado di trasformare la donna da vittima a carnefice, declinando il processo resiliente come rivolta-vendetta. Metamorfosi nera quest’ultima che stigmatizza anche il carattere auto-terapeutico e laicamente redentivo del cinema visionario e psicologico del regista danese.
Il numero si chiude (si rimargina, verrebbe da dire) con il parallelismo istituito tra la coppia concettuale vulnerabilità/resilienza e il paradigma protezione/esposizione. Andrea Sartini coglie nell’eccesso di protezione, ossia nell’ipertrofico sviluppo dei controlli e monitoraggi dell’identificazione personale, la drastica riduzione di anticorpi sociali che portano l’individuo contemporaneo a farsi ancor più vulnerabile. Questi, per resistere, è paradossalmente chiamato ad esporsi, a lasciare margine all’imprevisto, coltivando una forma di resilienza quale rapporto con la finitezza e la mortalità che lo attraversano.

BIBLIOGRAFIA

NANCY J-L. (1997), Il senso del mondo, F. Ferrari (a cura di), Lanfranchi, Milano.
NANCY J-L. (1998), L’expérience de la liberté, Galilée, Paris.