Editoriale

Eleonora Caccia






Il Parthenopaeus di Dionisio di Eraclea del Ponto redatto nel cuore dell’epoca ellenistica. La bolla medioevale con cui papa Benedetto III riconosce il comune di Terni. La commedia “shakespeariana” Vortigern and Rowena dell’inglese William-Henry Ireland. La firma di R. Mutt sull’orinatoio inviato alla Society of Independent Artists da un ironico Marcel Duchamp. La celebre fotografia di Lenin che arringa la folla in piazza Sverdlov a Mosca. Il film La banda degli onesti di Camillo Mastrocinque con gli indimenticabili Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia. Il fisico longilineo di Maria Carey ritratto sulla copertina dell’album To infinity n. 1. Cos’hanno in comune “cose” tanto disparate? Apparentemente niente, se si eccettua il fatto che tutte, a vario titolo, si intrecciano con la falsificazione. L’idea di dedicare un numero monografico di Elephant&Castle al falso origina da una semplice, profonda consapevolezza: il falso è nato con la nascita della civiltà, è infuso nell’arte, nella letteratura, nell’economia, nella società di ogni tempo e spazio e affascina, suscita una sorta di curiosità naturale e irresistibile perché evoca un senso di enigma, di mistero, di sfida per riuscire a smascherarlo. Non è tutto: nell’era della tecnologia pervasiva, del provincialismo temporale e della social-crazia, il falso sta vivendo una nuova ribalta dovuta alla sua espansione illimitata e apparentemente illimitabile, tanto che neologismi quali fake news e clickbait sono divenuti i termini-chiave per descrivere l’universo informativo-comunicativo in cui siamo immersi, un universo costantemente esposto al pericolo (e all’onnipresente sospetto) di inattendibilità. Prima di focalizzarsi sulle dimensioni peculiari, le trasformazioni e le implicazioni di un fenomeno così longevo e complesso è opportuno porsi una domanda tutt’altro che scontata: che cos’è il falso? Nell’accezione forse più comune del termine il falso è crimine. Nel sistema giuridico italiano il falso è un reato previsto e disciplinato tra gli articoli 476 e 493 del codice penale ed è distinto in “materiale”, qualora l’atto incriminato, indipendentemente dalla verità dei fatti ivi contenuti, abbia provenienza fasulla, e in “ideologico”, nel caso in cui vengano attestati elementi non veritieri. Le pagine dei media sono spesso popolate da entrambi, per cui non è raro leggere di false testimonianze nei processi giuridici, di banconote contraffatte immesse nei mercati internazionali, di gioielli inautentici di ottima fattura, di quadri imitati che sembrano proprio quelli originali… Questo falso fa notizia, colpisce il vasto pubblico per l’intreccio fra più dimensioni di per sé “interessanti”: l’illegalità per soggetto, l’audacia per mezzo e per scopo, generalmente, il denaro, una “vera” ossessione per l’homo oeconomicus contemporaneo. Ma dentro il falso c’è di più, c’è un alfabeto di parole che inizia con la ‘a’ di adulterato (ma anche di affatturato, apocrifo, artefatto) e continua con la ‘b’ di bugiardo, la ‘c’ di copia, la ‘d’ di doppio, la ‘f’ di fasullo… Come studiarlo? L’obiettivo di questo numero non è né la redazione di un catalogo lessicografico del falso, lavoro certamente interessante (e proficuo se coniugato con la scienza etimologica) ma inadatto a questo canale per natura tassonomica e mole, né la formulazione di una teoria generale sulla falsificazione, che risulterebbe impossibile sul piano ermeneutico a causa della natura polimorfa dell’argomento. Lo scopo è offrire molteplici sguardi sul falso, “storie in miniatura” (C. Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, 2006) per coglierlo da angolature diverse e in chiave interdisciplinare, affinché la giustapposizione dei saperi consenta di far emergere intersezioni di pensiero inaspettate. Poiché la falsificazione affonda radici nelle culture più antiche, non sono stati posti limiti ai periodi storici da prendere in considerazione, lasciando che la traccia temporale si costruisse da sé, senza forzature. Il percorso si apre sui secoli XIV e XV con un excursus di Thomas Persico attorno ai valori semantici assunti dal termine contrafactum, un lemma proprio della tradizione musicale occidentale che si situa al confine tra la falsificazione, l’imitazione e la parodia. Sempre nello stesso intorno temporale, con un baricentro più spostato verso il XVI secolo, si colloca il contributo di Eleonora Caccia, che indaga le sfumature del falso nella prassi epigrafica, prendendo le mosse da errate interpretazioni per così dire “innocenti” fino ad arrivare alla produzione di pseudo-iscrizioni intenzionalmente fraudolente. Un salto temporale accompagna il lettore nell’universo visuale del cinema e della fotografia. Raffaele Pavoni, muovendo dal restauro di una copia pirata del Voyage dans la lune di Georges Méliès presentata all’edizione 2011 del Festival di Cannes, si interroga su “cosa” sia falso nelle operazioni di recupero del cinema delle origini per stabilire il grado di liceità delle stesse. Giuseppe Previtali, invece, scegliendo gli anni Sessanta e Settanta italiani, riflette sulla messa in crisi della diade vero/falso nel genere mondo movie e si domanda come (e se) si possa definirne il portato documentale. Tocca anche il cinema, messo in stretto rapporto con la letteratura, il saggio di Darwine Delvecchio, che dimostra come nelle esperienze umane quali le percezioni, i ricordi o le menzogne non vi sia una netta (e scontata) contraddizione tra vero e falso ma piuttosto una sfumata coimplicazione, tanto che diventa difficile districare le due dimensioni. Si apre con le fotografie contraffatte della manifestazione repressa a Timișoara nel 1989 contro il governo Ceaușescu l’articolo di Francesco Restuccia, il quale, rifacendosi ai concetti di simulazione, tecnoimmaginazione e post-storia di Vilém Flusser, medita sulle potenzialità e i pericoli derivanti dall’estrema “manipolabilità” delle immagini massmediali. Alla realtà aumentata dedica il suo contributo Anna Montebugnoli, che prende spunto dal fenomeno ludico di massa Pokémon GO per chiedersi come si rapportino falsità e finzione con la (presunta) realtà oggettiva nella stringente contemporaneità. Contemporaneità a cui guarda anche Matteo Bianchi, che, spaziando agilmente dai telegiornali alla pubblicità ai discorsi politici, e ancora, da Gorgia a Kafka a Matteo Renzi, porta l’attenzione sugli attualissimi concetti di post-verità e storytelling e sul conseguente “mondo precario in bilico tra verità e menzogna” che ne deriva, il nostro mondo. Trait d’union di contributi così diversi è il fatto che le risposte in essi contenute sono meno delle domande che rimangono ancora aperte: stimoli per pensare e ripensare un fenomeno che non sembra destinato ad abbandonare la storia dell’uomo.